Parte 7
Splash. Splash.
Il suono si avvicinava, regolare come un battito cardiaco malato.
Splash. Splash.
Il suono si avvicinava, regolare come un battito cardiaco malato.
Elias non si mosse. Il fucile era saldo tra le sue mani, la canna puntata nel buio assoluto. Il suo respiro era l’unico suono che Clara riusciva a sentire, oltre al martellare frenetico del proprio cuore.
Poi, un altro suono. Frrrsh. Una fiammella gialla squarciò l’oscurità. Poi un’altra. E infine, la luce calda e tremolante di una lanterna a kerosene illuminò la prua di una piccola barca di legno.
Seduto a poppa, con un remo in mano e un revolver appoggiato sulle ginocchia, c’era lo Sceriffo Miller.
Non aveva l’aria di un uomo sorpreso. Anzi, sorrideva. Un sorriso calmo, paterno, che fece accapponare la pelle di Clara più di qualsiasi minaccia urlata.
«Sapevo che saresti tornato qui, Elias,» disse lo Sceriffo. La sua voce rimbalzava sulle pareti di pietra, amplificata dall’acqua. «Il sangue chiama sempre il sangue. E i topi tornano sempre nelle loro tane.»
Clara trattenne il respiro. Lo Sceriffo Miller. L’uomo che aveva benedetto il loro matrimonio. L’uomo che, secondo il taccuino di Henry, aveva “gli occhi chiusi” in cambio di denaro.
Elias non abbassò il fucile. I suoi occhi erano due fessure di ghiaccio. Clara si sporse leggermente, leggendo le labbra dello Sceriffo per Elias, ma vide che il suo sguardo era fisso, calcolatore. Elias aveva capito.
«Henry è un cane da guardia rumoroso,» continuò Miller, remando lentamente fino a toccare la piattaforma di legno con la prua. «Ha sempre avuto fretta. Troppa fretta. Voleva ucciderti vent’anni fa, ma io glielo impedii. Un bambino morto attira l’attenzione dello stato. Un bambino sordo, traumatizzato e isolato? Quello è utile. Quello è invisibile.»
Miller indicò con il mento il pugnale conficcato nella roccia, con il simbolo del cerchio e della linea verticale. «Riconosci il marchio, vero? Non è di Henry. È della Compagnia Mineraria Blackwood. La mia compagnia. Henry era solo il mio contabile. Il vero proprietario di questa valle sono io.»
Clara sentì una nausea violenta. Tutta la città. Il debito di suo padre. La scommessa. Il matrimonio. Non era solo corruzione. Era un sistema. Un ingranaggio perfetto progettato per schiacciarli.
«E ora,» disse Miller, estraendo il revolver e puntandolo dritto al petto di Elias, «hai rovinato tutto. Hai portato una testimone. Hai scavato dove non dovevi.»
Lo Sceriffo fece scattare il cane della pistola. Click.
«Ma hai fatto un errore di calcolo, ragazzo,» sussurrò Miller, gli occhi che brillavano di una follia fredda. «Questa caverna è una trappola idraulica. Se spari con quel fucile, l’onda d’urto farà crollare la volta di calcare sopra di noi. Sepolti vivi. Esattamente come tuo padre.»
Miller sorrise, godendosi ogni secondo di quel terrore. «Quindi abbassa l’arma. Gettala in acqua. E forse, solo forse, lascerò vivere la tua piccola sposa abbastanza a lungo da farle vedere come si scava una fossa.»
Il silenzio calò sulla caverna. Pesante. Soffocante.
Clara guardò Elias. Si aspettava di vedere la resa nei suoi occhi. Invece, vide un lampo di pura, gelida astuzia.
Elias non stava guardando Miller. Stava guardando in alto. Dove una pesante catena di ferro arrugginita pendeva dal soffitto, collegata a un enorme blocco di granito sospeso, usato un tempo come contrappeso per i montacarichi della miniera. E la catena passava a meno di un metro dalla testa dello Sceriffo.
Elias abbassò lentamente il fucile. Miller rise, un suono trionfante. «Bravo ragazzo. Saggio.»
Ma Elias non stava mirando a Miller. E non stava mirando al blocco di granito.
Con un movimento fluido e fulmineo, Elias ruotò il fucile di novanta gradi. E sparò.
BANG.
Il colpo non colpì la catena. Colpì il perno di legno marcio che sosteneva l’intera piattaforma di legno su cui erano in piedi.
Il legno esplose in schegge. La piattaforma si inclinò di colpo, violentemente, di quarantacinque gradi.
Miller urlò, perdendo l’equilibrio. Il revolver gli scivolò di mano, cadendo nell’acqua nera con un tonfo sordo. Lo Sceriffo si aggrappò disperatamente al bordo della barca, che ora pendeva nel vuoto, mentre la piattaforma continuava a cedere sotto il suo peso.
«Ora!» gridò Clara.
Non aspettarono che Miller si riprendesse. Elias afferrò Clara per la vita e si gettò con lei nell’acqua gelida del lago sotterraneo.
L’impatto fu come una martellata di chiodi. Il freddo era così intenso da togliere il fiato, paralizzando i muscoli all’istante. L’acqua nera li inghiottì.
Sott’acqua, il caos regnava. Miller stava urlando, agitando le braccia mentre la piattaforma crollava definitivamente, schiacciando parzialmente la sua barca. Poi, un altro sparo. Miller aveva trovato il revolver sul fondo della barca e stava sparando alla cieca nell’acqua.
Una pallottola sibilò a pochi centimetri dalla gamba di Clara, creando una scia di bolle.
Elias la tirò con forza verso il basso, non verso la superficie, ma verso il fondo roccioso. Nuotarono sott’acqua, i polmoni che bruciavano, il freddo che mordeva come mille aghi.
Clara stava per cedere, le stelle che le esplodevano davanti agli occhi, quando la mano di Elias la spinse verso l’alto. Ruppero la superficie in un’ansa nascosta della caverna, dove l’acqua era più calma.
Clara ansimò, tossendo acqua, aggrappandosi a una sporgenza di roccia. Elias era accanto a lei, il fucile ancora stretto in una mano, il viso pallido come la morte, ma gli occhi vivaci.
Le indicò qualcosa sopra le loro teste. Una stretta fessura nella roccia, a circa due metri sopra il livello dell’acqua. Da lì proveniva una corrente d’aria. Fredda. Fresca. Aria di superficie.
«Dobbiamo arrampicarci,» ansimò Clara, i denti che battevano uncontrollabilmente.
Elias annuì. Si mise in ginocchio nell’acqua bassa, intrecciando le dita delle mani per creare una staffa. «Sali,» le ordinò, la voce roca per l’acqua ingerita.
Clara mise il piede sulle sue mani. Elias la spinse verso l’alto con una forza disperata. Le sue dita trovarono appiglio nella roccia. Si tirò su, graffiandosi le braccia, strisciando nella fessura stretta e buia.
Poi si voltò e tese una mano verso Elias. Lui afferrò la sua mano. Per un secondo, il peso dell’acqua e della fatica minacciò di farlo scivolare. Ma Clara strinse la presa con una forza che non sapeva di avere. «Ti tengo,» gridò. «Ti tengo!»
Con un ultimo sforzo, Elias si issò nella fessura accanto a lei. Rotolarono entrambi sulla roccia umida, ansimando, tremando violentemente, mentre sotto di loro le urla di rabbia dello Sceriffo Miller si affievolivano, inghiottite dall’eco della caverna allagata.
Erano vivi. Ma non erano al sicuro.
Clara accese l’ultimo fiammifero che le era rimasto in tasca, miracolosamente asciutto. La luce rivelò che la fessura non era un vicolo cieco. Era un cunicolo stretto, in salita, che odorava di cera, di incenso stantio e di legno di quercia vecchio.
Clara guardò Elias. Lui guardò il tunnel, e un’ombra di puro orrore gli attraversò il viso. Prese la matita. Scrisse sul taccuino zuppo d’acqua, le lettere che si sbavavano ma rimanevano leggibili:
«Non siamo usciti.» «Siamo entrati.»
Clara seguì lo sguardo di Elias verso la fine del tunnel. Lì, illuminato dalla flebile luce del fiammifero morente, c’era una porta di legno massiccio. Con una targhetta di ottone lucido.
Clara lesse le parole incise sul metallo e il suo sangue si trasformò in ghiaccio.
ARCHIVIO PARROCCHIALE – SACRESTIA
Non erano fuggiti nella montagna. Erano riemersi direttamente nel cuore della città di Blackwood. Proprio sotto la chiesa. Proprio sotto l’altare dove, poche ore prima, lo Sceriffo Miller aveva benedetto il loro matrimonio.
E da sopra la porta, proveniva un suono. Il suono di passi pesanti. E di voci che pregavano.
Parte 8
Il suono dei passi sopra le loro teste era pesante. Ritmico. Sacro e profano allo stesso tempo.
Clara e Elias rimasero immobili, rannicchiati nell’angolo più buio della sacrestia, dietro un armadio di quercia massiccia che puzzava di incenso stantio e vestiti di velluto muffiti. I loro vestiti erano ancora zuppi dell’acqua gelida del lago sotterraneo. Ogni goccia che cadeva sul pavimento di legno sembrava un tuono.
Elias le strinse la mano. La sua presa era ferma, ma Clara sentì il tremito freddo che gli percorreva le dita. Non era paura. Era una rabbia così antica e concentrata da sembrare ghiaccio solido.
Sopra di loro, nella navata della chiesa, le voci si fecero più distinte.
«…e concedici la forza di purificare questa valle dalle ombre che la infestano,» recitò una voce profonda, melodiosa, abituata a incantare le folle la domenica mattina. Il Predicatore Hayes. L’uomo che, secondo il taccuino di Henry, aveva pronunciato “le parole giuste al momento giusto”.
«Basta con le preghiere, Hayes!» ringhiò una seconda voce. Rauca. Furiosa. Henry Blackwood. Clara trattenne il respiro. Lo sentì zoppicare. Il suo ginocchio doveva essere un disastro dopo lo scontro nel seminterrato.
«Quel mostro ha fatto crollare la piattaforma. Vance è ferito. La ragazza è con lui. Se arrivano allo sceriffo dello stato, siamo finiti tutti. La miniera, le terre, i nostri nomi… tutto brucerà.»
«Calma, Henry,» rispose il Predicatore, con una pacatezza che fece accapponare la pelle di Clara. «La montagna è vasta. E la tormenta fuori è una bestia viva. Nessuno sopravvive nella neve di Blackwood senza una guida. E loro non ne hanno.»
Si udì il cigolio di una botola. La stessa da cui Clara ed Elias erano appena emersi, ma dall’altro lato. Quella che collegava la navata alla sacrestia.
Una scala di legno scricchiolò. Due ombre si allungarono sul pavimento della stanza, proiettate dalla luce fioca di una lanterna.
Clara si schiacciò contro la parete fredda. Elias sollevò lentamente il fucile da caccia. Lo armò con un movimento impercettibile, il metallo che sfregava contro il tessuto bagnato della sua giacca con un suono quasi invisibile.
I due uomini scesero nella sacrestia.
Henry si appoggiò a una panca, ansimando, tenendosi il fianco. Il Predicatore Hayes, alto, imponente, con il suo abito nero immacolato che sembrava assorbire la luce, si guardò intorno con occhi da rapace.
«Hanno lasciato tracce,» mormorò Hayes, indicando le pozzanghere d’acqua sul pavimento. «Acqua di lago. Puzzano di morte e di palude.»
«Allora troviamoli,» sibilò Henry, estraendo di nuovo la pistola. «Fruga ogni centimetro di questa stanza. Se sono qui, li inchiodo al muro.»
Il Predicatore sollevò una mano, fermandolo. «Aspetta. Ascolta.»
Il silenzio calò nella stanza. Così profondo che Clara poté sentire il proprio cuore martellare contro le costole. Poi, un suono. Debole. Regolare. Gocciolio.
L’acqua che cadeva dall’orlo della giacca di Elias, proprio dietro l’armadio.
Henry sorrise. Un sorriso da lupo che ha fiutato la preda. Si avvicinò lentamente all’armadio di quercia. I suoi stivali frusciavano sul legno. Uno. Due. Tre passi.
Si fermò a meno di un metro da loro. Clara chiuse gli occhi. Strinse l’attizzatoio che aveva ancora in mano, pronta a colpire, pronta a morire, ma pronta a portare con sé almeno uno di quei mostri.
Henry allungò la mano verso la maniglia dell’armadio.
In quel preciso istante, Elias fece una cosa inaspettata. Con la mano libera, afferrò un pesante calice d’argento massiccio dal tavolo delle offerte, poco distante. E lo lanciò con forza contro la finestra di vetro colorato in fondo alla stanza.
CRASH!
Il vetro esplose in mille frammenti. Il vento gelido della tormenta irruppe nella sacrestia come un urlo, spegnendo istantaneamente la lanterna di Henry e facendo volare via il cappello del Predicatore.
«Là!» urlò Henry, sparando alla cieca verso la finestra. BANG! BANG! I proiettili straziarono il legno della parete opposta, a metri di distanza da dove si nascondevano Clara ed Elias.
Approfittando del caos, Elias afferrò Clara per il braccio e la trascinò non verso la finestra, ma verso il muro di fondo della sacrestia. Quello dietro l’altare maggiore.
Mentre Henry e il Predicatore correvano verso la finestra rotta, Elias spinse Clara contro una sezione di pannelli di legno che sembrava identica alle altre. Ma Elias sapeva. Aveva solo otto anni quando era stato portato in quella chiesa, prima dell'”incidente” in miniera. Conosceva i segreti di quell’edificio meglio di chiunque altro.
Premette con il pollice su un nodo del legno, in basso a destra. Clic.
Un pannello di legno scivolò lateralmente, rivelando uno spazio angusto, buio e polveroso. Una vecchia cripta di servizio, usata un tempo per conservare le reliquie.
«Entra,» sussurrò Elias, la sua voce roca per l’acqua ingerita, ma incredibilmente chiara. Clara sbatté le palpebre, scioccata. Lui aveva parlato. Non aveva usato il taccuino. Aveva usato la voce.
«Elias… tu puoi…»
«Dopo,» la interruppe lui, spingendola delicatamente all’interno. «Ora entra.»
Clara si infilò nello spazio angusto. Elias la seguì, richiudendo il pannello alle loro spalle proprio mentre i passi pesanti di Henry tornavano verso il centro della stanza.
Dal loro nascondiglio, attraverso una fessura nel legno, Clara poteva vedere la sacrestia. Henry era furioso. «Sono scappati dalla finestra! Nella tormenta! Moriranno congelati in dieci minuti!»
Il Predicatore Hayes, però, non guardava la finestra. Era in piedi al centro della stanza, immobile. Si spolverò la giacca con calma, poi si voltò lentamente, guardando dritto verso il pannello di legno dietro cui si nascondevano Clara ed Elias.
Un sorriso gelido, privo di qualsiasi fede, gli increspò le labbra.
«Henry,» disse il Predicatore, la voce che tagliava l’aria come un rasoio. «Smettila di urlare. Non sono scappati dalla finestra.»
Henry si bloccò. «Cosa?»
«Non sono scappati affatto,» continuò Hayes, camminando lentamente verso il pannello nascosto. «Perché Elias non è sordo, Henry. Non lo è mai stato. Non dopo quel giorno in miniera.»
Il sangue di Clara si gelò. Accanto a lei, Elias si irrigidì come una statua di pietra, la mano che stringeva il fucile fino a far sbiancare le nocche.
«Lo so,» sussurrò il Predicatore, fermandosi a pochi centimetri dal pannello. «Perché sono stato io a dirgli di fingere. Vent’anni fa.»
Hayes alzò una mano e bussò delicatamente, tre volte, proprio sul legno che nascondeva i loro volti. Toc. Toc. Toc.
«So che sei lì, Elias,» disse il Predicatore, la voce ridotta a un sussurro intimo, terrificante. «E so che hai portato la ragazza nel posto sbagliato. Credevi di nasconderti nella casa di Dio?»
Il Predicatore rise, un suono basso e gutturale. «Ma questa non è la casa di Dio, ragazzo. È la casa di chi ha seppellito tuo padre. E ora, è la tua tomba.»
Poi, il Predicatore non cercò di aprire il pannello. Fece un passo indietro. E premette un piede su una specifica asse del pavimento.
Sotto i piedi di Clara ed Elias, il pavimento della cripta non si aprì. Si illuminò.
Attraverso le fessure del legno marcio del pavimento della loro nicchia, una luce rossastra e pulsante iniziò a filtrare dal basso. E con essa, un odore. Non di incenso. Non di terra. Ma di zolfo, di carne bruciata e di rame.
Elias guardò Clara. Nei suoi occhi, per la prima volta in tutta la notte, Clara vide qualcosa di simile al terrore puro. Prese il taccuino zuppo d’acqua. Con una mano che tremava violentemente, scrisse una sola frase, calcando la grafite fino a strappare la carta:
«Lui non ha seppellito solo mio padre.» «Ha seppellito tutti quelli che portavano il marchio.»
Prima che Clara potesse chiedere cosa significasse, il pavimento sotto di loro cedette con un cigolio sinistro. E iniziarono a scivolare verso il basso, nell’oscurità rossastra che li aspettava….
