Parte 4
Il primo stivale di Vance colpì il pavimento di terra battuta.
Clara non esitò. Non era più la ragazza grassa di Blackwood. Era una furia silenziosa.
Scattò dall’ombra. L’attizzatoio di ferro descrisse un arco perfetto nell’oscurità. CRACK.
Il metallo colpì il ginocchio di Vance con la forza di un maglio. L’uomo urlò, un suono strozzato e animalesco, e crollò in avanti, afferrandosi la gamba con entrambe le mani. Ma non era finita.
Henry si sporse dal buco della botola. La pistola era già in pugno. Il suo volto era deformato da una rabbia gelida. «Stupida ragazzina,» sibilò, puntando l’arma dritta al petto di Clara. Il cane della pistola scattò indietro. Click.
Clara alzò l’attizzatoio, pronta a morire combattendo piuttosto che arrendersi. Poi, il mondo esplose.
Non fu uno sparo. Fu il suono del legno che cedeva definitivamente. Elias.
Non era rimasto di sopra ad aspettare la fine. Si era lanciato nel vuoto, usando il suo peso massiccio come un’arma. Atterrò direttamente su Henry.
L’impatto fu devastante. La pistola sparò. BANG.
Il colpo rimbombò nel seminterrato come un tuono, strappando un grido a Clara. La pallottola si conficcò nella trave di legno a un centimetro dalla sua testa, scheggiando il legno e piovendo polvere sugli occhi di Henry.
Elias non perse tempo. Ignorò il dolore pulsante alla testa. Ignorò il sangue che gli bagnava il collo. Con una forza brutale, afferrò il polso di Henry e lo torse con uno scatto secco, innaturale. Henry urlò, lasciando cadere l’arma. Elias la calciò via, facendola scivolare nell’angolo più buio del seminterrato. Poi, con un ginocchio, inchiodò il petto del banchiere al pavimento di terra.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal respiro affannoso di Vance, che cercava di trascinarsi verso l’uscita, e dai gemiti strozzati di Henry.
Clara rimase immobile. Il petto le si alzava e abbassava freneticamente. L’attizzatoio era ancora stretto nelle sue mani come un’ancora di salvezza.
Elias si voltò verso di lei. Il suo viso era pallido, coperto di sudore e sporco di terra. Ma i suoi occhi brillavano di una luce feroce. Trionfante. Si toccò l’orecchio ferito, poi indicò il cappotto pesante che Henry aveva lasciato cadere durante la colluttazione.
Clara capì. Si avvicinò, tenendo d’occhio Vance, che ora piagnucolava nell’angolo, incapace di alzarsi. Frugò nelle tasche del cappotto di Henry.
Trovò un portafoglio di pelle. E un taccuino rilegato in nero. Identico a quello che Elias usava, ma nuovo. Pulito. Costoso.
Lo aprò. Le pagine erano piene di nomi. Date. E importi in dollari.
Il cuore di Clara si fermò. Lesse la prima riga. Dott. Aris – Silenzio garantito.
La seconda. Sceriffo Miller – Occhi chiusi.
La terza. Predicatore Hayes – Parole giuste al momento giusto.
E poi, l’ultima voce. Aggiunta di recente. Con una calligrafia che Clara riconobbe con un brivido di puro orrore. Era la calligrafia di suo padre.
Bennett – La merce è stata consegnata. Saldo: 50 dollari.
«Merce,» sussurrò Clara. La voce le tremava, spezzandosi in due. Non era una sposa. Non era una scommessa. Era una transazione. Un sacrificio.
Henry rise. Un suono gorgogliante, sanguinolento, ma pieno di una malvagità trionfante. «Credevi davvero di essere la salvezza di qualcuno, ragazza?» ansimò, sputando sangue sul pavimento di terra. «Tutta Blackwood è complice. Il medico che ha finto di curarlo. Lo sceriffo che ha insabbiato il rapporto. Tuo padre, che ti ha venduta per cancellare un debito da quattro soldi.»
Henry sollevò lo sguardo verso Elias. Un sorriso crudele gli increspava le labbra. «E tu, mostro… pensi di potercela fare contro tutti? La tormenta sta arrivando. La strada per la valle è bloccata. E quando i miei uomini non torneranno, manderanno una squadra di ricerca. Troveranno questo seminterrato. Troveranno te. E la uccideranno per prima, solo per farti capire cosa significa perdere tutto.»
Elias lo fissò. Il suo respiro era pesante, ma controllato.
Lentamente, si alzò in piedi. Prese il fucile da caccia che aveva portato con sé. Non lo puntò contro Henry. Lo puntò contro la parete di fondo del seminterrato.
Dove, nascosta dietro una catasta di vecchie botti, c’era una piccola porta di legno marcio. Una porta che Clara non aveva mai notato.
Elias si voltò verso di lei. Le porse il taccuino. Questa volta, la sua mano non tremava. Calcò la grafite con una determinazione che fece tremare le gambe di Clara.
Scrisse una sola frase. Chiara. Definitiva. Una frase che cambiò per sempre il destino di entrambi:
«Non scappiamo da loro.» «Andiamo a prendere ciò che è nostro.»
E con un calcio, sfondò la porta marcita. Non rivelò la neve. Rivelò un tunnel buio, umido, che puzzava di polvere da sparo, di terra smossa e di segreti sepolti da vent’anni.
Elias fece un passo nell’oscurità. Poi si voltò, tendendo una mano verso Clara.
Parte 5
La porta di legno marcio si chiuse alle loro spalle con un tonfo sordo, sigillando fuori le urla di Henry Blackwood e il freddo del seminterrato.
Il buio era assoluto. Pesante. Opprimente.
Clara sentì il proprio cuore martellare contro le costole come un uccello in gabbia. L’odore era soffocante: terra umida, polvere da sparo stantia e qualcosa di metallico, come sangue vecchio assorbito dalla roccia.
Poi, un suono. Struscio. Il rumore di una scatola di fiammiferi. Una fiamma gialla e tremolante squarciò l’oscurità, illuminando il profilo di Elias.
Non c’era più traccia della goffaggine che aveva inscenato per vent’anni. La sua postura era eretta. I suoi occhi, riflessi dalla fiamma, erano freddi, calcolatori, letali. Accese una vecchia lanterna a olio appesa alla parete di pietra, regolando la fiamma con una precisione che tradiva un’abitudine antica.
La luce rivelò il tunnel. Non era una semplice tana. Era un cunicolo minerario, rinforzato con travi di legno annerite dal tempo. Il pavimento era livellato, scavato nella roccia viva delle Montagne Rocciose.
Clara strinse ancora l’attizzatoio, le nocche bianche. «Mio padre,» sussurrò, la voce che le si spezzava in gola. «L’ho letto. La merce è stata consegnata. Mi ha venduta. Per cinquanta dollari.»
Elias si voltò verso di lei. Non disse nulla, perché non poteva. Ma si avvicinò. Con una lentezza deliberata, posò la sua mano grande e callosa sopra quella di Clara, che stringeva il ferro. Non la strappò via. La coprì semplicemente. Un gesto di calore in quel gelo infernale.
Poi, con l’altra mano, prese il taccuino e la matita. Scrisse, e le porse il foglio.
«Tuo padre non ti ha venduta per i soldi.» «Ti ha venduta per tenerti in vita.» «Henry voleva te come ostaggio. Per assicurarsi che io non parlassi mai.»
Clara lesse le parole. Il mondo le crollò addosso un’altra volta, ma questa volta non c’era spazio per le lacrime. C’era solo una rabbia fredda, affilata come un rasoio. Suo padre l’aveva sacrificata per salvarla. E lei aveva passato anni a odiarlo per la sua povertà, senza mai capire il vero mostro che si nascondeva dietro la facciata rispettabile della città.
«Andiamo,» disse Clara, la voce ora ferma, priva di ogni tremore. «Mostrami cosa hanno sepolto qui.»
Elias annuì. Si voltò e iniziò a camminare nel tunnel. Clara lo seguì, i suoi passi che echeggiavano sulla roccia umida. Il cunicolo scendeva in diagonale, sempre più in profondità, lontano dal ranch, lontano dalla città. L’aria diventava più fresca, più sottile.
Dopo dieci minuti di cammino silenzioso, il tunnel si aprì in una caverna naturale, ampliata dall’uomo. Al centro della stanza, illuminata debolmente dalla lanterna che Elias aveva portato con sé, c’era una vecchia scrivania di quercia. E accanto ad essa, una cassaforte di ferro, arrugginita ma intatta.
Elias si avvicinò alla cassaforte. Non cercò una combinazione. Si inginocchiò e iniziò a scavare con le mani nude nella terra alla base della parete, dietro la cassaforte. Clara lo guardò, perplessa. Poi, le sue dita urtarono qualcosa di metallico. Un anello di ferro incassato nel pavimento di roccia.
Elias tirò. Con uno sforzo che fece tendere ogni muscolo del suo collo, sollevò una botola di pietra nascosta sotto uno strato di detriti.
Sotto la botola, c’era una scatola di legno di cedro. Elias la sollevò con una reverenza che fece trattenere il respiro a Clara. La posò sulla scrivania e ruppe il lucchetto arrugginito con un colpo secco dell’attizzatoio che Clara gli porse.
Aprì il coperchio.
All’interno non c’erano solo soldi. C’erano documenti. Mappe catastali ingiallite. E una pila di lettere legate con un nastro di velluto rosso, ormai sbiadito.
Elias prese la mappa in cima. La distese sulla scrivania. Clara si sporse per leggere. Era la mappa della contea di Blackwood. Ma i nomi erano diversi. Le terre, il ranch, la miniera abbandonata, persino il terreno su cui sorgeva la banca di Henry… tutto era intestato a un unico nome, scritto con una calligrafia elegante e decisa:
Thomas Thorne.
Il padre di Elias.
Elias prese la matita. La sua mano tremava, ma questa volta non era per la paura. Era per la rabbia di vent’anni compressa in un unico istante.
«Mio padre non era un povero agricoltore,» scrisse, le lettere profonde e rabbiose. «Era il legittimo proprietario di tutta questa valle.» «Henry lo ha scoperto. Ha finto un crollo nella miniera. Ha ucciso mio padre.» «E quando io ho trovato il suo corpo… e ho visto Henry con la pala in mano… mi ha colpito alla testa.» «Mi ha sepolto vivo con lui.»
Clara portò una mano alla bocca. L’orrore era così vasto, così profondo, che le mancava l’aria. Elias non era nato sordo. Il trauma cranico, la terra che gli era crollata addosso, il pezzo di rame conficcato nell’orecchio per danneggiare il timpano e l’equilibrio… era tutto un’esecuzione fallita. Henry lo aveva lasciato in vita perché un bambino sordo, traumatizzato e senza famiglia, non era una minaccia. Era la copertura perfetta.
«E la banca?» chiese Clara, la voce un sussurro rauco.
Elias indicò l’ultima lettera nella scatola. Era firmata dal giudice della contea, datata vent’anni fa. «Le prove sono state distrutte. La proprietà Thorne è ora legalmente intestata a Henry Blackwood. Il ragazzo è sotto la mia supervisione. Non parlerà.»
Clara fissò il foglio. Tutto il potere della città. Lo sceriffo. Il predicatore. Il medico. Non erano solo corrotti. Erano i custodi di un omicidio. E lei, Clara Bennett, la “ragazza grassa”, la scommessa da cinquanta dollari, era appena diventata l’unica persona viva, oltre a Elias, a possedere la prova della loro rovina.
«Dobbiamo portare questo allo sceriffo dello stato,» disse Clara, già calcolando la fuga. «Dobbiamo uscire da qui, prendere i cavalli e—»
SCRICCHIOLO.
Il suono arrivò dal fondo del tunnel. Dalla direzione da cui erano appena venuti? No. Più in profondità. Da un cunicolo laterale che Clara non aveva nemmeno notato, nascosto nell’ombra più fitta della caverna.
Elias spense istantaneamente la lanterna. Il buio tornò a inghiottirli, totale e assoluto.
Clara trattenne il respiro, il cuore che le martellava nelle orecchie. Poi, un suono che le gelò il sangue nelle vene.
Il rumore inconfondibile di un fiammifero che veniva strofinato contro la pietra. Frrrsh. Una piccola fiamma azzurra illuminò l’ingresso del cunicolo laterale, a non più di dieci metri da loro.
La fiamma illuminò un volto. Non era Henry Blackwood. Non era Vance.
Era un uomo anziano, con una cicatrice che gli attraversava l’occhio sinistro e un cappotto logoro da minatore. Teneva in mano una rivoltella antica, ma perfettamente oliata. E stava guardando dritto verso il punto esatto in cui si nascondevano Clara ed Elias.
L’uomo sorrise. Un sorriso privo di qualsiasi calore umano. «Vent’anni, Elias,» disse l’uomo, la sua voce che rimbalzava sulle pareti di pietra come un’eco demoniaca. «Vent’anni che aspetto che tu tornassi a cercare le ossa di tuo padre.»
L’uomo alzò la rivoltella, puntandola nel buio. «Peccato che Henry non mi abbia detto che saresti venuto con un’ospite.» «Ma non preoccuparti. La fossa è già pronta per due.»
E nel buio, Clara sentì Elias muoversi. Non per nascondersi. Per caricare il fucile da caccia che aveva portato con sé dal seminterrato. Click-clack.
7
Il suono metallico rimbombò nella caverna come una sentenza di morte.
Parte 6
Click-clack.
Il suono metallico rimbombò nella caverna come una sentenza di morte.
Il vecchio non batté ciglio. Il suo sorriso si allargò, rivelando denti gialli e marci. «Un fucile a pompa contro una Colt, ragazzo?» La sua voce era ghiaia che striscia sulla pietra. «Hai imparato poco in vent’anni.»
Clara trattenne il respiro. Il vecchio era veloce. Troppo veloce per la sua età. E la sua pistola era già puntata.
Elias non rispose. Non scrisse. Non indietreggiò di un millimetro.
Il vecchio strinse il grilletto. BANG.
Non mirava a Elias. Mirava alla lanterna a olio che Elias aveva appeso alla parete.
Il vetro esplose in mille schegge. L’olio bollente si rovesciò sul pavimento di legno secco e sulle travi di sostegno. Una fiammata azzurra e arancione divampò istantaneamente, leccando le pareti di roccia. Il fumo denso e acre invase la caverna in un secondo.
Buio totale, rotto solo dal ruggito del fuoco che iniziava a divorare il legno marcio.
Clara tossì, le lacrime che le bruciavano gli occhi. «Elias!» gridò, coprendosi la bocca con la manica.
Il vecchio rise nel fumo, una risata demoniaca che rimbalzava sulle pareti. «Bruciate, maledetti! La montagna si prenderà ciò che è suo! Henry avrà le sue ossa e io avrò la mia ricompensa!»
Elias si mosse. Non a caso. Con uno scopo letale.
Sollevò il fucile da caccia. Ma non lo puntò contro il vecchio. Lo puntò in alto. Diretto alla trave maestra di legno, annerita dal tempo, che sosteneva l’ingresso del cunicolo da cui erano appena arrivati.
BANG.
Il secondo sparo fu assordante nello spazio chiuso. Il legno si spaccò con un urlo di fibre strappate. Una tonnellata di terra, pietre e travi crollò con un boato terrificante, creando un muro impenetrabile di macerie tra loro e il vecchio.
Le urla di rabbia dell’uomo furono soffocate istantaneamente dal frastuono della frana. Poi, il silenzio. Rotto solo dal crepitio del fuoco dall’altra parte del nuovo muro di pietra.
Clara tossì, agitando le mani per disperdere la polvere che le riempiva i polmoni. «Elias? Elias, stai bene?»
Una mano calda, grande e ferma le strinse il braccio. La tirò in piedi. Erano vivi. Ma erano intrappolati.
L’unico percorso ora era in avanti. Più in profondità nella miniera.
Elias accese un altro fiammifero. La fiammella tremolante illuminò il nuovo cunicolo. Clara si guardò intorno e un brivido le corse lungo la schiena. Questo tunnel non era naturale. Non era scavato con fretta. Le pareti erano rivestite di legno nuovo, ben squadrato. Il pavimento era livellato. Qualcuno aveva mantenuto questo passaggio. Di recente.
Camminarono per minuti che sembrarono ore. L’aria cambiò. Non puzzava più di terra umida o di polvere da sparo. Puzzava di acqua stagnante. Di freddo profondo.
Il tunnel terminò bruscamente.
Elias alzò il fiammifero più in alto, proteggendo la fiamma con la mano a coppa. Clara spalancò gli occhi.
Non erano in un vicolo cieco. Erano sul bordo di una piattaforma di legno massiccio, sospesa su un abisso nero e silenzioso.
Un lago sotterraneo. L’acqua era nera come l’inchiostro, immobile, specchiando debolmente la luce arancione del fiammifero.
Ma non fu l’acqua a far gelare il sangue di Clara. Fu ciò che c’era ormeggiato alla piattaforma.
Una piccola barca di legno, con i remi appoggiati con cura. E appeso a un chiodo sulla parete di roccia, c’era un mantello cerato da pescatore. Ancora umido. Gocciolante.
Qualcuno era stato lì. Qualcuno che conosceva quel lago. Qualcuno che poteva tornare da un momento all’altro.
E accanto al mantello, conficcato nella roccia come un messaggio deliberato, c’era un pugnale dalla lama corta e ricurva. Sul manico di osso, inciso con la stessa precisione chirurgica del pezzo di rame trovato nell’orecchio di Elias, c’era un simbolo.
Un cerchio perfetto, attraversato da una singola linea verticale.
Elias fissò quel simbolo. Il suo respiro si bloccò. Il fiammifero gli bruciò le dita, ma lui non lo lasciò cadere finché non si consumò del tutto, lasciandoli di nuovo nel buio.
Poi, con una mano che tremava violentemente, più di quanto avesse fatto in tutta la notte, Elias prese il taccuino e la matita. Scrisse una sola parola. Così piccola, così carica di un terrore antico, che Clara dovette avvicinare il viso per leggerla.
«Lui.»
Prima che Clara potesse aprire bocca per chiedere chi diavolo fosse “Lui”, un suono provenne dall’acqua nera.
Non era il vento. Non era il gocciolio della caverna.
Era il suono inconfondibile di un remo che rompeva la superficie dell’acqua. Lento. Ritmico. Splash. Splash.
In arrivo dal centro del lago sotterraneo. Dritto verso di loro.
Nel buio, la mano di Elias lasciò il taccuino. Afferrò il fucile da caccia. E si mise tra Clara e il bordo della piattaforma, pronto a sparare contro qualsiasi cosa stesse emergendo dall’oscurità….
